Aprirsi al mondo, restando profondamente isola

di Alice Palumbo

Se in una giornata di inerzia e calura estiva, stanchi dei soliti cruciverba e dei tormentoni musicali ormai fiacchi, volessimo far ascendere i nostri pensieri verso l’Olimpo delle questioni metafisiche, non sarebbe un’impresa di poco conto, tra queste, eleggere a nostro rompicapo quella del rapporto tra isola e isolani. C’è qualcosa di imperscrutabile, affascinante e, persino, mistico in questo dibattito, che si offre come terreno sempreverde per le dissertazioni e le fantasticherie di quanti hanno l’ardire di accostarsi ad esso. Ci vuole un pizzico di presunzione a inerpicarsi in un discorso così irto di resistenze, che si nutre più di silenzi che di parole, e il cui cuore pulsante sta tutto in quel coacervo di contraddizioni ataviche e di antitesi estreme.

L’Isola e i suoi abitanti sono legati tra loro da un sentimento ossimorico, un odi et amo catulliano. Nascere su un’isola significa percepire sin da subito l’abbraccio caldo del mare, perdersi in quell’azzurro che suona dolci melodie infinite e sembra sussurrare la promessa di una protezione materna. Significa sentirsi parte di una dimensione unica, avulsa dalla frenesia del resto del mondo. Una percezione che, a volte, si traduce in contemplazione estatica della propria condizione, altre in smania di varcare i confini della propria zona di comfort per esplorare l’ignoto, andare oltre a quella linea orizzontale, che da bambini chiudeva la visuale sull’infinito mare e apriva la porta alla fantasia dei sogni. L’isolano, catturato da questo richiamo a ricongiungersi a ciò che sta al di fuori, a prendere parte a qualcosa di più grande, non oppone resistenza, intraprende il suo viaggio, si apre al mondo con sguardo incantato, incontra ostacoli e resistenze che non aveva previsto, ora gioisce, ora si strugge, ora sente attanagliarlo un’ancestrale malinconia, che fu quella di suo padre e, prima ancora, di suo nonno, quando, in cerca di più stabili opportunità di lavoro, si misero in marcia verso mete lontane. Nonostante si senta perfettamente integrato nella società globale, egli non cesserà di sentirsi profondamente isola. Con gli occhi e con la mente, fisicamente o in sogno, tornerà innumerevoli volte a quella infantile visione, ne ripercorrerà la costa luminosa e sicura, il mare, che tante volte ha cullato le sue pene, fino a dissolverle.

Cos’è allora la vita di un isolano se non un viaggio di ritorno? Un cammino ciclico che culmina al punto di partenza, lì dove tutto è iniziato, come quello di Ulisse, il quale, scoperte le meraviglie e i fantasmi del mondo, lasciatosi sedurre dalle magiche arti, spintosi oltre l’immaginabile insieme ai compagni, torna là dove il richiamo delle radici sovrasta anche il canto delle più esperte sirene, la sua Itaca.

Ogni isolano è alla ricerca di un’Itaca in cui fare ritorno presto o tardi.

Solo ripercorrendo la strada antica, con nuove consapevolezze e nuovi occhi, si può giungere alla conoscenza profonda della propria autentica identità, come fa Silvestro Ferrauto in Conversazione in Sicilia, nel suo viaggio lungo i binari, per troppo tempo sepolti, della memoria. Un viaggio catartico all’indietro, un iter di formazione in marcia opposta, in cui la riformulazione percettiva dell’isola risulta indispensabile per ridare consistenza ai propri sentimenti ed emozioni.

Alice Palumbo

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