L'amore come isola

Ulay e Marina

Dicono che ognuno di noi sia un’isola. Solo che a volte capita che le isole siano arcipelaghi letterari e artistici. E che, legate da un filo sottile e per la gentile mediazione del mare che le accarezza e in qualche modo ne fa incontrare le sponde, queste isole possano parlarsi da vicino. Probabilmente deve essere stato questo, in qualche modo il senso dell’amore per Marina Abramovich, artista serba naturalizzata statunitense e tra le più importanti esponenti della performance art, e il suo compagno d’avventure Ulay, scomparso il 2 marzo 2020.

Erano il senso più vero dell’Amore imprevisto: amarsi e detestarsi al tempo stesso, mancarsi senza spiegarsene la ragione e la logica, condividere follie inspiegabili ai più e piccole cose preziose, unirsi inevitabilmente nonostante le impareggiabili differenze, sentire battere il cuore e poi colmarlo con il nulla e poi con l’unione e poi ancora con l’oblio.

Lui ingegnere di origine tedesca e figlio di un gerarca nazista, lei artista di Belgrado e con genitori partigiani, hanno sfidato l’equilibrio umano e portato l’amore alle sue conseguenze più estreme con performance d’arte ai limiti dell’esistenza.

Si sono allontanati per anni, dopo essersi detti addio percorrendo la Muraglia Cinese nei due opposti versi, perchè entrambi volevano essere liberi. Si sono ritrovati a una performance perchè lui ha dovuto cercarla ancora senza un reale motivo, si è palesato a sorpresa solo per guardarla. Si sono stretti solo con lo sguardo per un lungo minuto: hanno provato a rimanere seri, fissandosi uno di fronte all’altro. Ma è stato loro inevitabile: hanno sorriso dopo pochi secondi. Chè Ulay trovava Marina speciale nella sua normale follia e non poteva che cercarla perchè dirglielo occhi negli occhi era più urgente di qualsiasi paura, ritrosia, perplessità.

Il 2 marzo 2020 Ulay se ne è andato e oggi l’arcipelago sembra che abbia visto affondare uno dei suoi atolli, colpito da un imprevisto non previsto, un maremoto, un’utopica corrente rivelatasi reale e disastrosa.

Eppure qualcosa permarrà: oggi e sempre resta il loro strambo sentimento, che essendo infinito ed eterno, incomprensibile e arcano, non può che essere consumato in un luogo utopico e benedetto: l’eternità.

Giuditta Avellina

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