L'utopia isolana che suona bene

Come la musica sfida il reale

Isole, musica, utopia. C’è probabilmente un filo sottile che collega musica, utopia e isole per noi di TEDxRiesi: la possibilità della mutevolezza, fors’anche la libertà di poter apparire ogni giorno in maniera diversa. La musica, legata alle chiavi del cuore che pigia adagiandosi su chi in quel dato momento la stia fruendo. L’utopia, per sua essenza, come tentativo di afferrarne una definizione che, con un capitombolo, muta in un battibaleno rendendola inafferrabile un attimo dopo. E la dimensione di isola, come concetto in grado di progredire e disavanzare sulla spinta di un cambiamento politico, sociale, persino meteorologico e sulla sua stessa caratteristica di essere isolata e accessibile per interposta mediazione. L’utopia è dunque una chimera, in linea di massima, come le sue sorelle musica e isola. Affascinanti e tentatrici come sanno, parimenti, essere le note di un brano o uno scorcio isolano. Proprio per questo motivo, con certa probabilità se l’utopia costituisce l’oggetto di un’aspirazione ideale non suscettibile di realizzazione pratica, così le arti performative ne hanno cantato e hanno descritto con lo stesso grado di indefinitezza e pervasività.

Il concetto utopico in musica, naturalmente, è stato non solo plasmato dall’istinto primigenio del suo creatore, ma anche dal fruitore che ha accolto il brano e in qualche modo lo ha legato a un’esperienza vissuta. Per porre un caso concreto: quante volte vi sarà capitato, poniamo, di ascoltare un brano realmente vivace e associarlo a un momento improponibile della vostra vita? O, viceversa, quanto spesso vi è capitato di crogiolarvi nella malinconia, ma in un momento assolutamente positivo della vostra vita e scevro da qualsivoglia inquietudine? Potere benedetto e salvifico della musica: la mutevolezza della percezione, inattesa e imprendibile e fors’anche per questo ancora più seducente. Sul concetto di utopia, sono stati naturalmente molti gli artisti che vi si sono agganciati, musicisti in primis. Basti pensare, ad esempio, alla criptica Bjork che ha intitolato un suo pezzo proprio con questo nome, Utopia, immaginando e prospettando un paradiso immaginario, pare, per fuggire dal naufragio del suo terzo matrimonio e ipotizzare un’astrazione del reale, con tanto di volatili e insetti a osmotizzarsi con orchidee, flauti, musiche ipnotiche.

In realtà se in qualche modo si dovesse afferrare il senso di approdo della parola utopia, si potrebbe pensare a una sorta di zona franca in cui ogni guerra o polemica sia bandita o quantomeno sospesa. Una fantasticheria che in qualche modo scelga di svoltare su un vicolo secondario, imprevisto e, con molta probabilità cieco, ma ricco certamente di flora e fauna ad allietare la traversata. Almeno, secondo quella che fu, con molta probabilità, l’intenzione di Tommaso Moro. Il pensatore cristiano che, pare, coniò questo termine lo fece per quietare l’insoddisfazione della realtà in cui viveva, dell’intolleranza diffusa che respirava nel quotidiano del  Rinascimento. Utopia che dondolava, ambivalentemente, tra eu+topos, intenso come “luogo felice” da contrapporre a un’Inghilterra troppo sciupata da contrasti religiosi e ou+topos “luogo che non esiste”.

Stando alle due definizioni, ecco che l’analogia torna. 

La musica, utopica alcova perfetta per ogni precursore dei tempi, in fondo: da Elvis ai Beatles, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd, da Freddie Mercury a Amy Winehouse: cosa c’è in effetti di così pragmaticamente reale nella loro arte, se non proporre una visione “altra” dell’essere artisti, nell’interpretazione di una musica nuova o comunque inusuale?

E come collocare, parimenti la figura controversa di David Bowie o di Marylin Manson, se non dando loro un semplice rifugio provvisorio a una poetica musicale sopra o forse molto fuori dalle righe e, dunque, semplicemente lasciandola libera di non essere rinchiusa in una casellina di genere?

Nell’esplicazione dell’artista, in fondo, una delle tensioni massime, è quella di innovare, rompere col flusso normale ed inevitabile delle cose e prospettare un mondo o un’immagine altra, no? In maniera gigante o moderata, ma decisa. 

Questo, in fondo, è ciò che è successo anche abbastanza recentemente con il Festival di Sanremo, l’anno scorso con Mahmood, quest’anno con due artisti come Achille Lauro, che ha “provocato” con una performance artistica che ha sfidato certe convenzioni legate a un certo modo di proporre certe canzoni all’interno di un certo palco.  E con Morgan che, di base, lo ha fatto sovvertendo equilibri prestabiliti e proponendo una variazione sul tema che si è riflessa in una variazione sul testo e su una utopica uscita di scena dell’altro.

Artisti, insomma, che hanno sostanzialmente portato sul palco un concetto impensato, impensabile o, almeno, non propriamente consequenziale rispetto alla situazione che andavano a popolare. Hanno, in qualche modo, proposto delle isole utopiche, dentro più grandi isole dai confini predeterminati. Lo ha fatto con loro, ad esempio, anche il trapper Young Signorino, che, solo qualche anno fa, ha proposto una maniera di fare musica totalmente slegata dal consequenziale e più vicina all’espressione dadaista di alcuni concetti vicini alla generazione di cui faceva parte (in aggiunta a ciò, lo stesso si è anche dichiarato figlio di Satana e, di recente, per sovvertire tutto, si è dedicato a una svolta verso il pop), seppur non rappresentandola – a ragione e per fortuna diranno alcuni- nelle sue migliori intenzioni.

L’utopia, probabilmente, ha dunque ha avuto a che fare con l’opportunità di proporre scenari differenti rispetto al consueto e, in qualche modo, di fornire opportunità a chi decidesse di scoprirli, provare a comprenderli, salvarli sulla propria playlist. Gli esponenti della trap – da Sfera Ebbasta alla Dark Polo Gang – hanno fatto lo stesso, avanzando una realtà che non c’era. Tornando ai sopracitati,  lo ha fatto Amy Winehouse, vivendo, più che proponendo, una vita sopra le righe abbinata a una musica proveniente dal passato. Freddie Mercury ha azzardato, come compromesso ideale di vita, sposare una voce angelica con una condotta personale ai limiti del possibile. David Bowie, o Ziggy Stardust che dir si voglia, ha saltato qua e là da un confine all’altro – della decenza, della morigeratezza, della provocazione, dell’intimismo e dello strabordare di emozioni palesate.

Dove sta quindi il limite in campo artistico? Probabilmente nello stesso limite che delimita un’isola: nei suoi confini indefiniti che lambiscono il mare, nella capacità di questo di sfiorarla o di modificarne inevitabilmente la costa, nella coesistenza utopica ma reale di un luogo non connesso ad altri luoghi se non attraverso mediazioni. Che, in fondo, non è la stessa magia costituita a suo modo dalla musica, nel suo proporre connessioni, ma nell’essere al medesimo tempo isolata da qualsivoglia statico legame alla realtà pragmatica delle cose? Una possibilità, in definitiva, è ciò che la musica ci regala, così come fanno l’utopia e il vivere da isolani: trovare un rifugio reale, ma al tempo stesso straniante, ognuno per sé e con il proprio metodo. Essere connessi ad altre realtà fisiche e mentali , ma non troppo da vicino a crearne un osmosi. In definitiva, forse anche l’opportunità della libertà, concetto per definizione re dell’utopia e principio sfuggente e salvifico che, nel quotidiano, ci dona ancora la speranza di un’utopia riuscita un pochino male e di un’isola ideale e possibile dove, ogni giorno, si possa vivere un pochino più di futuro e un pochino meno di nostalgia, nostalgia canaglia. Che non è forse il desiderio ardente che spinse John Lennon a scrivere uno dei capolavori musicale più importanti di tutti i tempi, ovvero Imagine?  

Che altro non è se non lo spirito che anima anche chi, come tutti noi di TEDxRiesi  prova nel suo piccolo a proporre un’isola possibile in un territorio come Riesi, ove tutto permane, ma è anche sorprendentemente è propenso ad accogliere innovazione e idee e proposte di ripartenza.

Giuditta Avellina

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